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Evoluzione: siamo perfetti camminatori

Abitualmente, le scimmie antropomorfe cammina non meno di 3 km al giorno, mentre gli essere umani sono marciatori incredibili. Uno studio recente di Marlowe del 2010 ha dimostrato che tra i cacciatori/raccoglitori moderni una donna percorre in media 9 km e un uomo 15 km al giorno. Come è facile immaginare, tale eredità è stata scolpita nel corpo umano sottoforma di un certo numero di adattamenti che originarono nei primi esemplari del genere Homo. Adattamenti che permisero al genere umano di percorrere lunghe distanze a piedi in modo più efficace degli australopitechi.

Il più ovvio di questi adattamenti sono le gambe lunghe.

La gamba di un Homo erectus è dal 10 al 20% più lunga di quella di un australopiteco (Pontzer at al 2010). Dal momento che il costo di muovere il corpo per una data distanza dipende dalla lunghezza della falcata, gambe più lunghe richiedono meno energia per camminare. Secondo alcune stime, la lunghezza delle gambe dell’ Homo erectus avrebbe quasi dimezzato, rispetto a un australopiteco, il costo energetico dei movimenti (Pontzer 2007).

Un altro importante insieme di adattamenti per poter camminare è visibile ancora oggi nei nostri piedi. Un alluce robusto, in linea con le dita e un arco plantare nel mezzo del piede sono utilissimi per dare una spinta al corpo in avanti e verso l’alto (windlass mechanism).

Altri adattamenti alla necessità di percorrere lunghe distanze sono evidenti nel corpo e nelle articolazioni delle ossa delle gambe, che sono sollecitate da forze molto intense ogni volta che completiamo un passo. Un bipede rispetto a un quattro zampe ad ogni passo applica su una gamba una forza di circa il doppio.
Queste forze possono portare le ossa a fratturarsi e possono danneggiare la cartilagine presente nell’articolazione. La soluzione più semplice adottata dalla natura per tollerare queste forze consiste nel ingrandire le ossa e le articolazioni. L’Homo erectus, infatti, rispetto all’ australopitecus ha un corpo del femore più spesso, come anche l’articolazione di anca, ginocchio e caviglia sono più grandi e quindi soggette a meno tensioni (Ruff at al. 1988).

Un’altra sfida, non meno importante, per i primi cacciatori raccoglitori era sicuramente quella di non far alzare troppo la temperatura corporea nel corso delle lunghe marce sotto il caldo torrido. Gli animali che vivono ai tropici, carnivori compresi, durante le ore più calde della giornata restano intelligentemente a riposare all’ombra almeno nella maggior parte dei casi. Dal momento Che gli ominidi con andatura bipede non erano molto bravi negli scatti di velocità, la capacità di camminare a lungo durante il giorno senza surriscaldarsi doveva essere un adattamento fondamentale che avrebbe concesso loro di procurarsi il cibo proprio quando sarebbe stato meno probabile che i carnivori li potessero uccidere.
Se si vuole mantenere bassa la temperatura corporea, una strategia semplice da adottare è proprio l’andatura bipede; in tal modo, infatti, si diminuisce di molto la superficie corporea esposta alle radiazioni solari dirette, e di conseguenza il sole scalda meno (Wheeler 1991).

Sudare, e lo sviluppo delle ghiandole sudoripare, aggiunge un’altra caratteristica fondamentale all’unicità del nostro corpo. Quando il sudore evapora, causa un raffreddamento della pelle e, di conseguenza, del sangue che scorre di sotto.

Un ultimo adattamento è il naso proiettato all’infuori. Il nostro naso, più unico che raro, ha un ruolo importante nella termoregolazione perché genera turbolenza nell’aria inalata tramite il naso interno. Quando una scimmia o un cane inspirano attraverso il naso, l’aria fluisce in linea retta attraverso le narici e dentro il naso interno. Quando un essere umano inspira dal naso, invece, l’aria che entra dalle narici fa una curva di 90° e, prima di entrare nel naso interno, passa attraverso una coppia di valvole. Queste caratteristiche fuori dal comune fanno sì che l’aria cominci a formare dei vortici caotici. E, per quanto queste turbolenze richiede un po’ più di lavoro ai polmoni, aumentano il contatto fra l’aria la membrana che si trova nel naso interno; il muco trattiene parecchia acqua, ma non per molto. Quando inaliamo aria calda e secca dal naso esterno, pertanto, il flusso turbolento che ne risulta migliora la capacità del naso interno di umidificare l’aria. Questa umidificazione è importante: l’aria inspirata ha bisogno di essere saturata con acqua perché i polmoni non secchino. Allo stesso modo, il moto turbolento aiuta il naso a ricatturare l’umidità durante la fase di espirazione. L’evoluzione di grossi nasi esterni nei primi esemplari di Homo è una prova fondamentale del fatto che la selezione ha agito sulla capacità di percorrere lunghe distanze in condizioni climatiche calde e secche senza disidratarsi.

Fonte: La storia del corpo umano. Daniel E. Lieberman

By | 2017-09-01T11:30:58+00:00 01/09/2017|News|0 Commenti

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